La gabbia invisibile

La gabbia invisibile

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violenza di genere

Non lascia lividi. Non richiede referti medici, né approda nelle aule di tribunale con l’immediatezza di un trauma fisico. Eppure esiste e avvolge le giornate di migliaia di donne e non di rado di uomini. È il controllo coercitivo, una forma di violenza che non necessita di mani alzate, ma si accontenta di decidere chi puoi frequentare, cosa puoi indossare, quanto puoi spendere o quando ti è concesso parlare al telefono.

Dalla prospettiva della criminologia forense, sappiamo che la violenza raramente nasce “adulta”. Essa si addestra in una fase embrionale, vestendo i panni subdoli dell’amore. Chi esercita una costante pressione psicologica mira al dominio assoluto, utilizzando come alibi il miglioramento del partner o la protezione del legame, uno schema reiterato di condotte che isola la vittima ed sbriciola progressivamente la sua autonomia.

Se in ordinamenti come quello britannico — grazie al Serious Crime Act 2015 — il controllo coercitivo è una fattispecie di reato autonoma, in Italia il quadro normativo resta ancorato alle tutele previste dagli articoli 572 (maltrattamenti in famiglia) e 612-bis (atti persecutori) del codice penale.

C’è un aspetto che deve interrogare, oltre alla norma, ed è il meccanismo dell’accumulo. Il manipolatore agisce come un architetto del vuoto: recide i legami amicali, familiari e sociali, rendendo la vittima un’isola nel cui centro lui siede come unico punto di riferimento. Presi singolarmente, gli episodi appaiono tollerabili; è la loro reiterazione a saldare le sbarre della gabbia.

In questo scenario, la clinica forense identifica dinamiche prossime al “vampirismo energetico”: soggetti emotivamente immaturi che, facendo leva su sensi di colpa e paure ancestrali, ottengono l’assoggettamento. La relazione si trasforma così in una sfida al potere, dove il controllo sostituisce la fiducia e la violenza diviene lo strumento per vincolare l’altro. Come intuì Giorgio Scerbanenco(celebre maestro del noir e acuto esploratore dell’animo umano), il male vero raramente urla; si muove in pantofole, tra le pieghe di una normalità apparente.

Questa asimmetria relazionale si solidifica nel tempo, dalle piccole dimostrazioni di possesso quotidiano si giunge al divieto, spesso non esplicitato ma agito, di mantenere contatti con la propria rete di origine. Accade persino che la donna sacrifichi posizioni lavorative gratificanti — percepite dal partner come pericolose derive di indipendenza — in favore di un ruolo domestico più rassicurante, finendo per isolarsi proprio nello spazio dove l’abuso si prepara a compiersi.

Nemmeno il tema dello stalking va sottovalutato: studi forensi, come quelli condotti presso la Monash University, confermano che la persistenza molesta è predittiva di maggiore pericolosità, specialmente laddove vi sia stato un pregresso legame sentimentale. Tuttavia, il dato statistico resta una ferita aperta: la distanza abissale tra denuncia e condanna definitiva — dove solo una minima parte dei procedimenti giunge a esito sanzionatorio — riflette l’accidentato percorso verso una giustizia efficace.

Chi è, dunque, l’aggressore? Non sempre un soggetto clinicamente deviante, ma spesso un individuo perfettamente integrato nel tessuto sociale, capace di celare dietro una facciata di normalità una profonda inclinazione al dominio. Come sociologi e professionisti del settore abbiamo il dovere civile di decodificare i segnali prima che la trama si chiuda. La gabbia invisibile non è un destino ineluttabile, è un sistema che si nutre di silenzio. Interrompere quel silenzio, è il primo atto necessario per restituire alle vittime non solo la libertà di movimento, ma il diritto fondamentale di esistere come individui integri e, finalmente, visibili.


Note

1. A. Venere, C. Desideri, F. Fratoni, Vittime della violenza di genere. La gestione giuridica dell’operatore sanitario, FrancoAngeli, Milano, 2020, cap. 1, pp. 9-10.
2. Ivi, cap. 1, pp. 27-28.
3. Ivi, cap. 1, pp. 39-40.
4. Ivi, cap. 2, pp. 52-53.
5. Ivi, cap. 2, pp. 51-52.
6. Ivi, cap. 2, p. 54, che riporta lo studio di P. Mullen, E. McEwan, R. McKenzie (2008).
7. Ivi, cap. 1, p. 31, cit. dati ISTAT 2008.
8. Ivi, cap. 2, pp. 32-33.

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