
Abbiamo centinaia di contatti sul telefono, decine o centinaia di persone che ci seguono sui social, gruppi WhatsApp che continuano a moltiplicarsi. Conosciamo persone che abitano dall’altra parte del mondo, possiamo sapere in pochi secondi dove si trova un amico, cosa sta facendo un conoscente, come è andata la vacanza di qualcuno che non vediamo da anni.
Eppure, quando abbiamo davvero bisogno di parlare con qualcuno, spesso scopriamo di avere pochissime persone da chiamare.
È una delle contraddizioni più evidenti della nostra epoca: siamo continuamente connessi, ma non necessariamente più vicini.
La tecnologia ha reso straordinariamente facile entrare in rapporto con gli altri, ma non ha reso altrettanto facile costruire rapporti profondi, perché un’amicizia richiede qualcosa che nessuna piattaforma può automatizzare: tempo.
Richiede conversazioni che non abbiano uno scopo, disponibilità, ascolto, presenza, cura. Richiede anche una certa continuità. Un’amica non è soltanto quella che mette un cuore sotto una fotografia o ci scrive “auguri” una volta all’anno. È quella persona alla quale possiamo raccontare qualcosa senza dover prima spiegare chi siamo.
E qui emerge una trasformazione importante della nostra vita sociale.
Per molto tempo abbiamo pensato alla solitudine come a una condizione legata soprattutto all’assenza di persone. Oggi la questione è più complessa.
Si può essere soli in una casa vuota, naturalmente. Ma si può essere soli anche durante una cena, in ufficio, in una famiglia o mentre si scorrono centinaia di contenuti sul proprio smartphone.
La solitudine contemporanea non coincide necessariamente con l’isolamento.
A volte coincide con la mancanza di una relazione nella quale sentirsi realmente visti. È una differenza fondamentale.
Possiamo ricevere continuamente stimoli dagli altri e, nello stesso tempo, avere poche occasioni per raccontare ciò che davvero ci accade. Mostriamo fotografie, opinioni, viaggi, risultati, momenti felici. Ma la parte più fragile di noi rimane spesso fuori dalla scena.
Non significa che i social network abbiano “rovinato” le relazioni. Sarebbe una conclusione troppo semplice. I social possono mantenere vicine persone lontane, permettere di ritrovare vecchi amici, creare comunità e offrire occasioni di incontro che altrimenti non esisterebbero.
Il problema nasce quando la connessione viene scambiata per relazione.
Un messaggio può sostituire una telefonata in molte circostanze. Un commento può essere un gesto affettuoso. Una videochiamata può accorciare migliaia di chilometri.
Ma ci sono momenti nei quali abbiamo bisogno di qualcosa di diverso, qualcuno che rimanga.
L’amicizia è diventata più difficile?
La nostra vita è cambiata. Ci spostiamo più frequentemente, cambiamo città, lavoro e ambienti sociali. Abbiamo ritmi più frammentati e spesso meno tempo non organizzato. Anche le relazioni risentono di questa trasformazione.
Da bambini e ragazzi, l’amicizia nasce quasi spontaneamente dalla condivisione degli stessi luoghi, la scuola, lo sport, il quartiere, l’università. Da adulti bisogna invece costruire deliberatamente le occasioni per stare insieme.
Ci incontriamo meno casualmente. Programmiamo di vederci e spesso rimandiamo. “Ci sentiamo” diventa una formula che qualche volta significa davvero “ci sentiamo presto” e altre volte significa semplicemente “non voglio perderti completamente”. Così alcune relazioni rimangono sospese.
Non sono finite, ma non sono nemmeno più quelle di prima.
E forse è proprio questa una delle caratteristiche delle nostre relazioni contemporanee: non necessariamente perdiamo le persone; spesso le lasciamo scivolare lentamente ai margini della nostra vita. Non le chiamiamo per settimane, mesi, anni. Ma non lo fanno neanche loro. Poi si crea quel muro di imbarazzo che rimane lì, a fare da guardiano a qualcosa che non è più.
Forse dovremmo provare a contare diversamente e la domanda non dovrebbe essere: “Quanti amici ho?” Ma piuttosto “Quante persone posso chiamare senza preoccuparmidi disturbare? Quante saprebbero riconoscere, dalla mia voce, che qualcosa non va? Con quante posso stare in silenzio senza sentire il bisogno di riempire ogni momento?”
La risposta potrebbe sorprenderci. E forse non è necessariamente un problema.
Non abbiamo bisogno di avere decine di amicizie profonde. Le relazioni importanti sono inevitabilmente poche. Il problema è accorgersi, magari quando arriva un momento difficile, che abbiamo confuso per anni la numerosità della nostra rete con la ricchezza della nostra vita relazionale

