L’algoritmo dell’odio: quando il conflitto diventa intrattenimento

L’algoritmo dell’odio: quando il conflitto diventa intrattenimento

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Non serve più uscire di casa per assistere a una rissa. Basta aprire un social network. Le parole hanno preso il posto dei pugni, ma l’effetto sociale resta sorprendentemente simile: c’è un pubblico, ci sono tifoserie e, soprattutto, c’è uno spettacolo.


Da alcuni anni sociologi e psicologi osservano un fenomeno che attraversa ogni fascia d’età: la trasformazione del conflitto in contenuto. Non conta più soltanto avere un’opinione; conta esibirla nel modo più divisivo possibile. L’indignazione genera attenzione, l’attenzione produce interazioni e le interazioni alimentano la visibilità. È un meccanismo che le piattaforme digitali non hanno creato, ma che tendono ad amplificare. Le emozioni negative, infatti, viaggiano spesso più velocemente della riflessione.


Dal punto di vista criminologico il fenomeno merita attenzione perché modifica il rapporto con l’aggressività. L’insulto non viene più percepito soltanto come una trasgressione delle regole della convivenza, ma come una forma di performance. Il destinatario passa in secondo piano; ciò che conta è il pubblico invisibile che osserva, commenta e condivide.
Il rischio non consiste soltanto nell’aumento dei discorsi d’odio. Più sottile è la progressiva anestesia emotiva. Quando ogni giorno scorrono davanti ai nostri occhi umiliazioni pubbliche, campagne diffamatorie e linciaggi mediatici, la soglia della sensibilità cambia. Quello che ieri appariva intollerabile oggi sembra quasi normale.


Il criminologo sa che la violenza raramente nasce all’improvviso. Esiste una fase preparatoria fatta di linguaggio, legittimazione e progressiva disumanizzazione dell’altro. Non ogni parola offensiva conduce a un comportamento criminale, naturalmente, ma ogni cultura della violenza comincia con parole che smettono di essere percepite come tali.
Forse la domanda più interessante non riguarda la tecnologia, ma noi. Perché osservare un litigio ci trattiene più a lungo di una discussione civile? Perché premiamo con un clic ciò che, nella vita reale, ci metterebbe a disagio?


Le città, un tempo, avevano vicoli dove la rabbia si consumava in pochi minuti. Oggi quei vicoli sono digitali, illuminati dagli schermi e affollati da milioni di spettatori. La differenza è che il rumore non svanisce con la notte, resta archiviato, condiviso e pronto a riemergere. E ogni volta che torna, lascia dietro di sé un piccolo frammento di fiducia in meno.

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